Antonio Massari
Esperto di Learning Organization Antonio facilita processi partecipati aziendali e territoriali.
Nel terziario avanzato da circa 30 anni è formatore e consulente per il privato e per il pubblico.
Facilita grandi eventi interattivi. Tiene corsi sullo sviluppo delle competenze relazionali, creative e dell’apprendimento, formazione dei formatori.
Ha curato lo start-up di PMI. Progetta ed eroga interventi consulenziali di change management [continua a leggere]
Design Thinking
Rivoluziona la tua organizzazione progettando soluzioni innovative.
Trasforma i problemi di processo o di prodotto in opportunità reali attraverso il Design Thinking.
Un percorso pratico in 4 workshop per identificare obiettivi sfidanti, rimuovere i blocchi chiave e prototipare soluzioni efficaci con il tuo team.
Previsioni di vendita
Migliora la prestazione di vendita della tua impresa.
Sviluppando il modello organizzativo del team commerciale e la gestione della trattativa.
Incrementa la tua capacità di fare efficaci previsioni di vendita coinvolgendo il tuo staff in un'esperienza collaborativa.
Collaboration LAB
Il lavoro in team migliora i risultati e sviluppa competenze.
Tuttavia, senza la giusta preparazione alla complessità, può diventare fonte di stress e inefficacia.
Questo percorso fornisce ai team le capacità per collaborare, migliorare le relazioni, ridurre i conflitti e far crescere lo spirito di appartenenza, puntando a sviluppare le performance e a superare una prima sfida concreta.
Anatomia del successo e morte dell’ego manageriale
È buona norma, ed è ormai consapevolezza diffusa, che alla fine di un processo complesso, o anche di un progetto, sia necessario dedicare del tempo a comprendere le dinamiche che si sono sviluppate: nel team, con il committente, con il resto dell'azienda, nei processi.
La RIFLESSIONE ORGANIZZATIVA è una disciplina scientifica, una leva di controllo operativa che va ben oltre la burocrazia dei report rendicontali o della creatività dei post-it colorati. Molti manager applicano le Retrospective (CHE come i più sapranno sono riunioni di fine attività importate dalle metodologie Agile) e molti altri scelgono un approccio più intimista, tipo l’Hansei giapponese (momenti di profonda analisi in cui ci si chiede "cosa potevo fare io per....." e sono nel cuore del Toyota Production System) all'interno di semplici, ma fondamentali, riunioni di chiusura progetto.
Leadership Trasformazionale, Engagement nei team e middle management
Un interessante paper, redatto da ricercatori di origine sudcoreana che però operano in università statunitensi, mi ha consentito di fare una rilettura in chiave sistemica di un fenomeno essenziale nella vita delle imprese – la relazione tra stile di management e performance dei team – ed ho pensato di condividerlo. Specifico che proprio il fatto che abbiano condotto una ricerca sul campo in un grande distretto industriale sudcoreano, focalizzato sull’industria alimentare, consente a me e a quanti di voi saranno interessati, di cogliere delle sfumature nelle connessioni logiche di concetti che almeno in parte ben conoscete, che quella cultura, molto meno individualistica di quella occidentale - come gli stessi autori sottolineano - mette più chiaramente in evidenza.
Dai Titoli di Studio ai Sistemi di Competenze Dinamici
Mi colpisce quest'ultima tendenza di cui leggo ormai da mesi. Al netto del fatto che in ambito manageriale vigano le stesse regole che fanno sì che nascano e muoiano ciclicamente mode passeggere, la questione in sé desta alcune riflessioni profonde che vanno oltre l'hype del momento.
La chiamano Degree Inflation: per anni il mondo del lavoro ha amplificato sempre di più il valore delle qualifiche formali, incrementando la ricerca di soggetti qualificati (sulla carta) e riducendo progressivamente l'interesse verso persone che avevano da vendere prevalentemente esperienza solida e sul campo(una dinamica analizzata di recente da studi come quello del Burning Glass Institute e di Harvard sulla fine del cosiddetto "Paper Ceiling", di cui ho potuto leggere alcune parti, che evidenzia come diverse aziende stiano iniziando a ripensare l'obbligo del titolo di studio per concentrarsi sulle competenze).
Non tutte le dimissioni hanno lo stesso peso specifico.
Eppure, quando leggo i report periodici di molte organizzazioni, il turnover viene quasi sempre trattato come un semplice numero aggregato: "Abbiamo un tasso di uscita del 5%, siamo assolutamente nella media di mercato". Tutto bene, quindi? Non proprio. Perché il punto centrale non è quanti se ne vanno, ma chi se ne sta andando. In analisi organizzativa questa metrica ha un nome preciso: Regrettable Turnover(il turnover "doloroso"). È l'indicatore che misura, senza filtri, la reale vulnerabilità del know-how aziendale.
L'arte dell'incontro: come le riunioni trasformano la cultura aziendale
Nelle organizzazioni di oggi, viviamo costantemente alla ricerca di un delicato equilibrio: da un lato la naturale tensione all'efficienza e al raggiungimento degli obiettivi, dall'altro il bisogno vitale di innovare, sperimentare e, inevitabilmente, imparare dai nostri tentativi. Non si tratta di scegliere tra produttività e creatività, ma di comprendere come far convivere queste due anime nello stesso ecosistema.
Spesso, quando parliamo di sperimentazione ed errore, tendiamo a semplificare. Eppure, c'è uno storico contributo del 2011 a firma di Amy Edmondson sullaHarvard Business Reviewche, oggi più che mai, resta una bussola insostituibile. La Edmondson ci invita a riflettere sul fatto che non tutti i fallimenti sono uguali. Esistono errori "prevenibili", legati a disattenzioni su processi consolidati, che giustamente cerchiamo di minimizzare. Ma esistono anche i fallimenti legati alla complessità e, soprattutto, i "fallimenti intelligenti": quelli che derivano dall'esplorazione di territori nuovi.
Oltre l'inerzia: smantellare i vecchi meccanismi e riprogettare il lavoro
È esperienza comune di molti imprenditori ritrovarsi, dopo anni trascorsi ai massimi livelli e dentro un turbinio di occasioni quasi frenetiche, in una sorta di oasi di stagnazione. Un punto in cui, anche moltiplicando gli sforzi e l'impegno, non si riesce a scorgere l'ombra di un'accelerazione.
Anzi, anche provando a cambiare qualcosa, pur avendo l'impressione in prima battuta di produrre un'evoluzione, si avverte dopo un po' la frustrante condizione di ritornare esattamente dove si era prima. Un buon livello, per carità, ma senza effettivi miglioramenti rispetto a un percorso di avanzamento. È quasi come se l'organizzazione fosse arrivata a una fase di maturazione in cui diventa difficile ipotizzare ulteriori balzi in avanti.
L'illusione del genio: perché l'innovazione è un mestiere collettivo (che pretende disciplina)
In un articolo pubblicato su Repubblica il 3 giugno 2026, un'attenta analisi dei modelli di successo aziendali portava alla luce una conclusione che chi fa il mio mestiere conosce fin troppo bene: il genio del singolo non basta, e l'innovazione si costruisce con la disciplina. È un concetto che fa giustizia sommaria di una certa narrativa tossica, liberandoci finalmente dalla retorica romantica dell'illuminazione improvvisa. Mi riferisco a quel falso mito, figlio di una visione un po' hollywoodiana dell'imprenditoria – quella alla Silicon Valley, fatta di startupper solitari nei garage e colpi di genio folgoranti in grado di cambiare il mondo in una notte – che ci ha abituati a pensare all'innovazione come a una magia riservata a pochi eletti baciati dal talento. Al contrario, l'innovazione è prima di tutto un'infrastruttura organizzativa che, se non viene costruita con fatica e costantemente manutenuta, lascia che le migliori idee muoiano inesorabilmente sulla lavagna delle sale riunioni.
Il tramonto dell'uomo solo al comando e il freno a mano tirato