Se in un'organizzazione manca uno spazio di sicurezza psicologica in cui poter discutere apertamente di questi tentativi senza innescare la caccia al colpevole, le persone inizieranno semplicemente a nascondere le inefficienze. E in quel preciso momento, l'organizzazione smette di apprendere.
Questa riflessione ci porta dritti al modo in cui misuriamo il nostro lavoro. I KPI (Key Performance Indicators) sono strumenti fondamentali, io per primo lavoro molto coi clienti per introdurli; tuttavia,il valore che generano dipende interamente dalla lente con cui li guardiamo. Se li utilizziamo come un tribunale per giudicare o sanzionare il lavoro altrui, inneschiamo quasi inevitabilmente una reazione difensiva: le persone, sentendosi costantemente sotto esame, inizieranno a proteggere il proprio perimetro, magari 'adattando' la narrazione dei risultati o nascondendo quelle piccole inefficienze che, se condivise, sarebbero invece preziose miniere di informazioni. Il sistema, così, si irrigidisce: l'energia del grupponon viene più spesa per migliorare il lavoro, ma per rassicurare chi lo misura,innescando di fatto una involuzione.
Al contrario, nel modello dellaLearning Organization, il mio approccio al change management, il dato respira con una funzione completamente diversa, perchè diventauno strumento di autovalutazione e di scoperta. Immaginiamolo non come un voto in pagella, ma come una bussola messa a disposizione del gruppo. Quando un indicatore segnala uno scostamento rispetto alle attese, la domanda che un approccio facilitativo aiuta a far emergere non è mai:'di chi è la colpa’? Piuttosto, si tratta di un:'cosa ci sta dicendo questo dato sul nostro processo?Cosa non avevamo previsto’?
In quest'ottica, il KPI perde ogni sfumatura punitiva (specie nella percezione del lavoratore) e diventa un terreno neutro. Un punto di partenza attorno al quale il team può confrontarsi con onestà intellettuale, per ricalibrare le proprie azioni e decidere, con rinnovata responsabilità, come aggiustare il tiro. È in questo delicato passaggio da 'dato per controllare' a 'informazione per comprendere' che si innesca il vero motore del miglioramento continuo.
Serve al gruppo per capire dove si trova, per calibrare il tiro e per innescare un confronto costruttivo. Non è un fine, ma l'inizio di una conversazione.
Ma dove avvengono, concretamente, queste conversazioni?
Nella maggior parte dei casi, lo spazio deputato al confronto è la riunione. E qui si apre un tema affascinante e critico.
Oggi le nostre agende sono spesso un mosaico incastrato al millimetro. Questa pratica di contingentare i tempi ha sicuramente un lato positivo: definire un inizio, una fine e degli obiettivi chiari è un atto di rispetto verso il tempo di tutti e previene quelle estenuanti "riunioni fiume" in cui si perde il filo del discorso. Tuttavia, se questo approccio diventa una gabbia troppo rigida, rischia di sottrarre l'ossigeno necessario alla creatività e all'apprendimento collettivo.
Recentemente, lavorando con un'azienda cliente, abbiamo affrontato proprio questo snodo. Invece di limitarci a "tagliare" il tempo, abbiamo definito insieme un processo per valutare preventivamente l'opportunità stessa di incontrarci e, in caso affermativo, come gestire le fasi del "prima, durante e dopo". Attenzione, però: non si è trattato di redigere una freddato-do listo una procedura burocratica. Abbiamo costruitouna base di co-progettazione, un metamodello che aiuta le persone a riflettere su come ottimizzare il tempo insieme.
Questo approccio parte da un presupposto irrinunciabile: i partecipanti non sono ingranaggi di una catena di montaggio, mapersone. E in quanto tali, hanno bisogno di un margine di libertà e di improvvisazione. Un'improvvisazione che, però, non è lasciata al caso, ma che viene facilitata, raccolta e capitalizzata trasformandola in esperienza utile per tutti.
Le riunioni sono molto più di una semplice pausa dal lavoro individuale. Da un lato, funzionano come una vera e propria pellicola di narrazione: se vuoi capire la vera cultura di un'azienda, non guardare i manifesti appesi ai muri, ma osserva come le persone si comportano, si ascoltano e decidono quando sono sedute attorno a un tavolo. Dall'altro lato, ed è qui che risiede il potenziale più alto, la riunione è uno strumento bidirezionale. È la leva principale e più potente attraverso la quale possiamo agire per modificare quella stessa cultura organizzativa.
Ripensare le riunioni non significa solo gestire meglio il tempo, ma decidere in che modo vogliamo essere impresa. Significa costruire contesti in cui i dati guidano l'apprendimento, gli errori intelligenti sono tollerati e il tempo condiviso genera vero valore.
Tutto questo, però, si regge su un presupposto tanto ovvio a parole quanto delicato nei fatti: la possibilità di dirsi la verità.Ma si può davvero dire la verità in azienda?Qui il ruolo di chi guida diventa l'ago della bilancia."Che tipo di leader sei?"smette di essere una domanda retorica da manuale di formazione e diventa una richiesta di riflessione profonda. Nella mia esperienza ho incrociato manager che faticavano enormemente a sentirsi rimarcare ciò che non andava, arrivando talvolta ad accanirsi su chi aveva semplicemente avuto l'onestà di sollevare il problema. Ma come possiamo pretendere trasparenza se siamo i primi a non saperla accogliere?
Di fronte a questa dinamica, si sente spesso l'obiezione secondo cui un collaboratore non dirà mai l'intera verità, preferendo omettere qualcosa per tutelare se stesso. È proprio in questa zona d'ombra che emerge il valore del manager facilitatore. Scegliere di investire tempo, pazienza ed energie per costruire autentici "spazi di verità" è una semina che, nel tempo, premia sempre l'intera organizzazione.
Attenzione, però, perché c'è un equilibrio delicato da preservare. Aprire uno spazio di verità non significa sdoganare la lamentela sterile. È proprio in questo passaggio che la riunione rivelatutto il suo potenziale formativo: diventala palestra in cui si impara a sollevare le criticità, ma con il vincolo di dover poi co-progettare le soluzioni. Di chi si limita a puntare il dito o a fare la "piangina" di fronte agli ostacoli, d'altronde, nessun manager ha realmente bisogno. Dire la veritàè un atto di responsabilità organizzativa, che implica mettersi in giocoper costruire insieme l'alternativa.
Richiede un'enorme costanza creare ambienti in cui sia lecito nominare i problemi in questo modo costruttivo; è un vero e proprio esercizio quotidiano per chi gestisce le persone. Costruire e mantenere questo spazio non è solo uno strumento per far funzionare meglio le cose,ma è un traguardo di per sé, il cui raggiungimento attesta la più importante e solida crescita professionale di un leader.
Guidare questa transizione richiede cura, metodo e una facilitazione capace di valorizzare le differenze senza mai appiattirle. Se sentite che nella vostra organizzazione le agende sono piene ma gli spazi di vero apprendimento si stanno svuotando, forse è il momento di avviare una riflessione strutturata. Cambiare il modo in cui ci incontriamo è il primo, decisivo passo per cambiare il modo in cui lavoriamo insieme. Ne vogliamo parlare?
Nota sull'immagine:Ho scelto di accompagnare questa riflessione con un'opera futurista di Giacomo Balla. Il dinamismo del Futurismo rappresenta, per me, la migliore metafora visiva di ciò che dovrebbe essere un'organizzazione. Non uno schema statico, ingessato dalla paura di sbagliare o dalla rigidità dei controlli, ma un sistema vivo e in continuo movimento. Un ecosistema fatto di linee di forza e interazioni, dove la vera spinta verso l'innovazione nasce proprio dall'energia sprigionata dall'apprendimento collettivo.
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